GIACOMO LEOPARDI

Poeta del Pessimismo Cosmico,della Natura Matrigna ….

ma mai nessuno cantò l’Amore Eterno come Inno alla vita quanto Leopardi, fra i più grandi Cantori del verso del cuore di tutti i tempi…e mio grande, mai dimenticato amore adolescenziale..

“Amaro e noia la vita altro mai nulla

e fango è il mondo.”

leopardi

Fra i miei diari di adolescente triste..ancora oggi leggo le sue più conosciute riflessioni:

Chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.”

I fanciulli trovano tutto nel nulla, gli uomini trovano il nulla nel tutto.”

La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico.”

La solitudine è come una lente d’ingrandimento se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.”

Non ti accorgi Diavolo, che tu sei bella come un Angelo?”

(ne potete trovare molte su www.frasicelebri.it)

Leopardi, fin da giovane, aveva una grande volontà di sapere e studiare. Era talmente bravo, che presto il suo maestro pensò di non essere più utile per i suoi studi.. Questi primi anni di studio così intenso senza nessuno svago o gioco, provocarono in lui problemi fisici ed una tristezza di fondo che lo accompagnarono per tutta la vita.

Giacomo nasce a Recanati il 29 giugno 1798, primogenito della più illustre casata del piccolo centro marchigiano,famiglia nobile ma povera. Il padre, austero e politicamente reazionario, fu il suo primo insegnante, aveva messo insieme una vasta biblioteca, ricca per lo più di opere ecclesiastiche e scientifiche.Ma l’ingegno precocissimo del giovane Giacomo e la sua estrema sensibilità, frustrati dalla freddezza parentale, lo indussero ben presto a riversare tutta la sua passione sui libri della biblioteca paterna (sette anni di studio “matto e disperatissimo”) e ne fecero un fenomenale autodidatta, esperto in lingue classiche, ebraico, lingue moderne, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia).
A 14 anni aveva già composto due tragedie in greco (Pompeo in Egitto e Virtù indiana) ed aveva affrontato delle ricerche di carattere scientifico. Imparò l’inglese, il francese e lo spagnolo, leggeva e commentava libri difficili e poco conosciuti traducendoli in italiano. A 15 anni terminò una Storia della Astronomia e due anni dopo con il Saggio sopra gli errori degli antichi mostrò una maturità personale ed una capacità di comporre molto forte.

Si mette in luce con alcuni studi filologici attorno al 1815; l’anno successivo è colpito da una grave malattia, che indebolisce per sempre il suo fisico: compone la lirica “L’appressamento della morte”. Si allontana sempre più dalla religione, e la sua predilezione per l’età classica lo isola dagli ambienti letterari del tempo, romantici e medievalisti. Del 1816 fu il suo passaggio ‘dall’erudizione al bello’, ossia dallo studio alla produzione poetica, e nello stesso anno è da datare la sua missiva alla ‘Biblioteca Italiana’, con la quale il Leopardi difendeva le posizioni dei classicisti in risposta alla de Stäel. L’anno dopo,nel 1817, avviò una fitta corrispondenza con Pietro Giordani ed iniziò la stesura dello Zibaldone,collage di riflessioni che verrà terminato solo nel 1832. ; sempre in questo periodo si innamorò di Geltrude Cassi, alla quale dedicò la poesia “Il primo amore”.

A 17 anni iniziò dunque quella che lui stesso definì una conversione letteraria. Approfondendo Dante, Omero, Virgilio ed Esiodo perfezionò il suo stile nello scrivere e rivalutò questi autori che prima aveva disprezzati. Leopardi aveva intanto continuato a comporre versi e prose sempre più importanti e di stile pregiato. Il suo più caro amico Pietro Giordani , si rendeva conto della sua grande bravura ma non avvertiva che Leopardi, con le sue opere, stava entrando nella letteratura italiana come uno dei più grandi poeti dei sentimenti e della immaginazione.

Il continuo lavoro di studio, la sua chiusura al mondo delle amicizie e degli affetti ed i suoi problemi fisici, fecero crescere in Leopardi una grande malinconia ed un forte pessimismo nei confronti della vita.Il suo corpo, ormai minato dai molti anni di studio e di semi-volontaria reclusione, aveva già cominciato a mostrare i segni di quella deformazione alla colonna vertebrale che farà così soffrire il poeta, anche se la malattia, per il Leopardi, non rimase mai un motivo di lamento individuale ma si trasformò in uno straordinario mezzo di conoscenza.

Del ’18 sono le canzoni All’Italia e Sopra il monumento di Dante, nonché lo scritto Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.

L’anno seguente, il 1819, segnò un periodo di profonda crisi per il poeta: esasperato dall’ambiente familiare e dalla chiusura, soprattutto culturale, delle Marche, governate dal retrivo Stato Pontificio, il Leopardi, dopo una grave malattia agli occhi e non sopportando più la squallida vita di Recanati, tenta di procurarsi un passaporto e fuggire a Milano, ma il progetto venne sventato dal padre. A questo stesso periodo appartengono la composizione degli idilli L’infinito, Alla luna ed altri e la sua conversione ‘dal bello al vero’, con il conseguente intensificarsi delle sue elaborazioni filosofiche, tra cui la teoria del piacere.

Nel 1822 il padre,finalmente gli concesse un soggiorno al di fuori di Recanati e fu così che il poeta poté andare a Roma, ospite di uno zio. La città si rivelò estremamente deludente ed invece di distrarsi,Giacomo peggiorò la sua condizione di malinconia ed incapacità ai rapporti umani; a Roma l’unica erudizione ricercata era di tipo antiquario;gli viene offerto di entrare nell’amministrazione pontificia, divenendo prelato ma non prete; egli rifiuta.dopo aver invano tentato di trovarvi una sistemazione, nel 1823 fece ritorno nelle Marche, dove iniziò a comporre le Operette morali. Proprio le Operette segnarono la piena formulazione del ‘pessimismo storico’, che vedeva nell’uomo e nella ragione le vere cause dell’infelicità, e del ‘pessimismo cosmico’, che al contrario accusava la Natura di essere la fonte delle sventure umane, in quanto instilla nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sistematicamente frustrato;una serie di prose sulla natura, la morte, il dolore , la felicità e la noia. La natura non vuole il bene delle sue creature,ma la loro sofferenza, quella sofferenza che lui provava fisicamente e moralmente. I principali temi del suo pessimismo furono la giovinezza perduta, l’infelicità dell’amore e della vita. Non trovò ne fidanzata ne moglie ed i suoi amori non furono mai ricambiati. Dopo Geltrude Cassi si innamorò della figlia del fattore, Teresa Fattorini, alla quale dedicò la famosa poesia A Silvia e solo più tardi , nel 1831 a Firenze, incontrò Fanny Torgiani Tozzetti:soffrì molto per questa donna che lo illuse e lo trattò molto male.

Intorno al 1823 cominciò per il poeta un periodo di vita attiva; viaggiò in molte città italiane: Milano, Bologna, Firenze, Pisa e Napoli. Iniziò anche a scrivere su alcuni giornali di carattere letterario e a partecipare ad alcuni incontri pubblici, soprattutto a Firenze.

Nel 1825 riuscì a lasciare Recanati grazie all’avvio di una collaborazione con l’editore Stella che gli garantì una certa indipendenza economica: fu a Milano, Bologna (dove conobbe il conte Carlo Pepoli e pubblicò un’edizione di Versi), Firenze (dove incontrò il Manzoni e scrisse altre due operette morali) e Pisa (dove compose Il Risorgimento e A Silvia). Costretto a tornare a Recanati nel 1828, proseguì nella produzione lirica che aveva iniziata a Pisa con l’approfondimento delle tematiche della ‘natura matrigna’ e della caduta delle illusioni.

Qui, tra 1828 e 1830, compone altre pietre miliari della sua opera poetica: “Il sabato del villaggio”, “La quiete dopo la tempesta”, “Le ricordanze”, “Il canto notturno di un pastore errante dell’ Asia”. Intanto le sue condizioni fisiche si sono aggravate, ed accetta l’invito dei suoi amici fiorentini a trasferirsi colà, dove percepirebbe un assegno mensile. Nonostante i buoni rapporti, la sua opera è da essi criticata, in quanto priva di accenti religiosi e di fiducia nel progresso; da Milano il Giordani, pur apprezzando il pessimismo leopardiano, vorrebbe da lui una poesia più attenta a temi politici e sociali.

Nel ’30 uno stipendio mensile messogli a disposizione da alcuni amici gli permise di lasciare nuovamente Recanati e di stabilirsi a Firenze. Fù qui che s’innamorò di Fanny Targioni Tozzetti (la delusione scaturita dall’amore per lei gli ispirerà il ciclo di Aspasia) e strinse amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri, seguendolo a Roma e a Napoli. Le polemiche attorno alla sua opera provocano in lui una forte reazione contro il liberalismo cattolico dei circoli fiorentini e lo spiritualismo imperante; scrive così opere intrise di sferzante polemica: “Il dialogo di Tristano e di un amico” (1832), i “Paralipomeni della Batracomiomachia” (1833), la “Palinodia al marchese Gino Capponi” (1835), “I nuovi credenti” (1835-36).In risposta a chi attribuiva alla deformità la sua concezione pessimistica della storia e della natura, il Leopardi compose il Dialogo di Tristano e di un amico. Del ’36 sono La Ginestra, Il tramonto della luna e probabilmente I nuovi credenti.

Quando fu a Napoli, nel 1833, iniziò ad avere delle forti crisi di asma che lo portarono fino alla sua morte avvenuta tra le braccia del suo amico Ranieri il 14 giugno del 1837, a 39 anni di età.

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note biografiche tratte da

www.nonsolobiografie.it

www.theorein.it/biblioteca/leopardi

digilander.libero.it

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LA TOMBA DEL LEOPARDI

Il Parco Vergiliano a Piedigrotta


Novembre 2006)
Il monumento funebre di Giacomo Leopardi

A poca distanza dall’ingresso, c’è la tomba del grande poeta, . Questi fu sepolto in principio nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, nonostante fosse morto nel corso di un’epidemia di colera, per cui, senza l’intervento del conte Ranieri, sarebbe finito in una fossa comune. Nel 1934, quando il Parco Vergiliano fu costituito, le spoglie del poeta furono trasferite qui, e furono posti il monumento e la lapide che consacra il sepolcro del poeta come monumento nazionale.

www.danpiz.net/napoli/parchi/ParcoVergiliano

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ADESSO CULLIAMOCI INSIEME CON VOCI DI GRANDI CHE ANIMANO

LA POESIA DI LEOPARDI

L’infinito

Veduta dall’Ermo Colle dal punto di osservazione del poeta nel giardino di casa Leopardi a Recanati.Con la voce dell’intramontabile Vittorio Gassman.

linfinito

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ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, né cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l’affanno duri!

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ll poema “A Silvia” narrato da Arnoldo Foà

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“La quiete dopo la tempesta”

Passata è la tempesta. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

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Canto notturno di un pastore errante dell’Asia Leopardi

narrata da Arnoldo Foà

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“Il sabato del villaggio”

lettura di Arnoldo Foà,

poesia multimediale degli alunni Lorenzo Bisoffi e Andrea Chierichetti, a.s. 2006/2007, Liceo Bramante di Magenta,  supervisione prof. Luigi Gaudio

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Il passero solitario

letta da Arnoldo Foà

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IL pessimismo di Giacomo Leopardi

E’ da accogliersi il giudizio che Leopardi non fu filosofo, infatti esaminando la sua visione del mondo ci accorgiamo che egli mira soprattutto a darci una spiegazione del reale e determinare secondo quella la condotta morale, indirizzandosi principalmente alla vita pratica. Perciò agli è più moralista che metafisico. Il De Sanctis affermò che “l’infelicità sua propria in età così giovane, lo condusse di buon’ora alla meditazione sul male e sul dolore” : il pessimismo è dunque radicato fin dal principio possiamo dunque parlare di un pessimismo (’14-’15) esistenziale che fa da base alle successive fasi e al successivo sviluppo della sua ideologia. Esso è motivato dall’ambiente, Recanati, il nativo borgo selvaggio nel quale Leopardi è nato e vissuto, è un luogo chiuso, primitivo nelle sue articolazioni; culturali, nell’assenza di affetti da parte della famiglia, e nella mancanza di rapporti e relazioni affettive da parte di amici e dame.

Intorno al 1815/ ’16 Leopardi conosce quella che lui stesso chiama nello Zibaldone la sua prima conversione letteraria: conversione al bello.

Con la crisi del ’19 Leopardi comincia ad elaborare quello che lui stesso definirà il suo sistema filosofico. Da Rousseau egli deriva la convinzione che il contrasto fra una natura benefica e una ragione malefica ha prodotto l’infelicità del genere umano; quest’ultima distruggendo le illusioni di cui l’uomo primitivo si alimentava si rivela nemica di ogni grandezza. Egli scrive nello Zibaldone: “Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande, quanto più sarà dominato dalla ragione: ché pochi possono essere grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni.”

Secondo Leopardi dunque la società primitiva fu dominata dalle illusioni , al contrario la civiltà produce la convinzione dell’uomo che si volge verso i beni materiali della vita.

Sulla formulazione della teoria roussoniana di una natura madre amorosa delle sue creature il Leopardi ha inserito il mito di un’umanità eroica dei tempi antichi dominati dalle illusioni e dalle ” belle fole”, che per lui segnano un’epoca di felicità, una sorta di età dell’oro. infanzia del mondo.

I moderni, vittime della ragione, che uccide le illusioni, sono assai più infelici degli antichi.

Questo momento del pessimismo leopardiano è stato definito dalla critica “pessimismo storico”(1823) ed è la fase che corrisponde alla produzione dei piccoli idilli.

Nel 1824 con le Operette Morali si compie il passaggio dalla fase del pessimismo cosmico, cosmico perché la condizione che descrive riguarda tutto l’universo e tutte le fasi della storia e dell’umanità: questo processo durerà fino al 1831.

Leopardi arriva , dunque, a capovolgere la posizione precedente. La sua concezione approda alle filosofie materialistiche e meccanicistiche del ‘700. La natura perde il suo volto di madre benigna e prende quello di matrigna indifferente ai fatti degli uomini: crea l’uomo e tutto l’ordinamento dell’universo e li distrugge esclusivamente per mantenere integro il suo ciclo vitale meccanicistico . E’ dunque la natura la causa prima dell’infelicità, di questa dura condanna inflitta all’uomo, non limitata al nostro tempo, ma riferibile alle più antiche età della storia.

Secondo una concezione sempre più meccanicistica e materialistica che approda alle pagine del Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, dove la natura dal duro volto di matrigna assiste imperturbata e implacabile all’eterna vicenda del sorgere e del perire dei mondi.

Leopardi scrive nello Zibaldone: “La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui di ogni genere e specie, ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui li ha prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, non dà una grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine.”

Parallelo, dunque, è anche il progressivo distacco del Leopardi dalla fede cattolica.

La ragione diviene per l’uomo strumento utile per smascherare gli inganni della natura e prendere consapevolezza della sua condizione.

Il pessimismo storico, che fa da sfondo ai grandi idilli, ritorna dunque ad essere vicino alle condizioni illuministe.

Secondo Leopardi la sofferenza è tanto più grande , quanto più sensibile è la coscienza, e un desino di grandezza è indissolubilmente associato ad una vita di dolore .

Al dolore si associa la noia, anch’essa una forma di infelicità, perché nasce dalla piena consapevolezza della nostra dura condizione di vitae dall’impossibilità di appagare quei desideri che la natura fa di continuo nascere in noi. La noia non viene individuata come dolore, bensì come momento antico positivo che ci aiuta a prendere coscienza della nostra assenza. Leopardi scrive nello Zibaldone :”La noia è manifestamente un male, e l’annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male né dolore particolare ma la semplice vita sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all’individuo e occupantelo ” . E’ in questa fase che Leopardi articola la sua teoria del piacere: il piacere che l’uomo insegue è un obiettivo vano, vuoto, che mai acquisterà sostanza nella vita dell’uomo. Il piacere è infatti o l’attesa di piacere del “Sabato del villaggio” oppure interruzione di dolore come nella “Quiete dopo la tempesta” : in entrambi i casi per Leopardi coincide con il vuoto, con il nulla.

Dal 1831 al ’37 Leopardi elabora il cosiddetto pessimismo agonistico (o eroico) che, dal punto di vista ideologico non è molto dissimile dal pessimismo cosmico.

Egli, pur avendo la consapevolezza di non poter arginare in nessun modo le offese della natura, invita a combatterla pur sapendo che sarà una battaglia perduta. Ci deve essere un impegno morale da parte dell’uomo nella lotta contro la natura, condotta con razionalità, attraverso la ragione. E’ essenziale creare una sorta di catena solidale tra gli uomini di genio, dall’animo nobile che li esorti ad essere uniti in questa battaglia. E’ un atteggiamento spirituale che presenta alcune affinità con quello dei grandi romantici europei soprattutto per la comune coscienza dell’inutilità, oltre che della nobiltà della lotta contro il destino.

Questa movenza viene a volte definita anche titanismo leopardiano.

Poco prima della morte, nel componimento la “Ginestra”, egli, dopo aver polemizzato contro le filosofie ottimistiche del suo tempo che esortavano le “magnifiche e progressive sorti del genere umano”, scrive della sua fralezza, della sua nullità di piccolo essere nell’immenso ciclo vitale delle leggi della natura (concezione rievocata anche dalla sua poetica dell’indefinito), invitandolo a cessare le lotte fratricide e a confederarsi contro la comune nemica, accettando con stoica fermezza la tragedia del suo destino e a cimentarsi nel nobile impegno di ridurre le sofferenze che la natura impone di sopportare.

La vita per quanto arida e dolorosa sia, non è del tutto vana perché fornisce l’uomo la consolazione degli affetti e dell’immaginazione di cui si nutre la poesia (poetica del rimembrare). Egli quindi non sceglie il suicidio come soluzione, ma trova la forza per continuare a vivere e alleviare le sue sofferenze nell’arte del poetare, nella meditazione, nei suoi studi dai quali confessa di aver tratto soddisfazioni profonde ed i soli momenti d’oblio dei suoi tormenti, dando prova di altezza morale ed onestà intellettuale. Già nel dialogo di Plotino e di Porfirio infatti conclude:

“Viviamo , Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita.”

E’ possibile rinvenire gli elementi della sua ideologia nei principi della sua poetica.

Il presente è intriso di sofferenza e dolore, la poesia può trasmettere la dolcezza di un ricordo passato non importa se triste o felice. La poetica della rimembranza permette di dilatare tempi e spazi nel passato rendendo la poesia soave. Gli episodi interiori del poeta sono affidati ad una ricostruzione indeterminata, vaga, incerta quasi a voler rammentare che l’uomo è nulla rispetto alla grandiosità della natura che lo circonda; è questa la sua poetica dell’indefinito.

Quell’atteggiamento sentimentale di vicinanza affettiva a paesaggi e luoghi descritti, ma anche alle proprie vicende ed a quelle degli altri che si sentono simili a sé stessi, è stata chiamata dagli stessi romantici: “Poetica del patetico”.

C.R. Tesina di maturità a.s.1999-2000

letto su

www.francescorossi.it/leopardi

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LA GINESTRA O FIORE DEL DESERTO

Testamento spiritule di Giacomo Leopardi

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nel 1836 a Torre del Greco presso Napoli nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell’edizione dei Canti nel 1845. Essa fa parte di quella che è stata definita dalla critica più recente la poetica anti-idillica dell’ultimo periodo leopardiano.

Si tratta di una canzone libera di sette strofe di endecasillabi e settenari, dove ogni strofa viene chiusa da un endecasillabo, con qualche rima nel mezzo e in fine di verso.

Sotto il titolo il poeta riporta una citazione evangelica che, come commenta Carlo Salinari [1], “ha valore ironico contro lo spiritualismo e il vacuo ottimismo”.

« Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἆνθρωποι μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τὸ φῶς.”

E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce.

GIOVANNI, III, 1


Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
5Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
10La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
15Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
20Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
25E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
30Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
35I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
40È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
45Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
50Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
55Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
60Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
65Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
70Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
75Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
80Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
85Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
90Ricco d’or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
95Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
100Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
105Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
110A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
115Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
120Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
125Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
130Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
135Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
140Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
145Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
150Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
155Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
160Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
165Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
170Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
175Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
180Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
185Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
190Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
195Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
200Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
205D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
210Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
215Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
220Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
225E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
230L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
235Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
240E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
245Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
250Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
255Su l’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
260Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
265Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
270Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
275Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
280E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
285Che per vòti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
290Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
295Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
300Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
305Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
310Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Né sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
315Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

(da wikipedia )

8 risposte a GIACOMO LEOPARDI

  1. Classe 3^ A Istituto Comprensivo "Psaumide" di santa Croce Camerina ha detto:

    Molto interessanti i testi ed emozionante la visione delle immagini associata all’ascolto delle letture.

  2. nunzy conti ha detto:

    ..mi lusinga questo tuo commento..
    ti ringrazio..
    anzi VI ringrazio e buon lavoroooooooo
    Leopardi è un Grande…forse il più grande..poeta dell’amore -dolore che l’italia abbia partorito…
    tornate a trovarmi ..spero di offrirvi spunti nuovi
    ciaoooooo

  3. Pingback: Genio in palcoscenico: Giacomo Leopardi « NUNZY CONTI

  4. Giovanna Amoroso ha detto:

    Complimenti!
    Un bellissimo omaggio al poeta che più rappresenta le mie inquietudini e angoscie…

    IL MALE DI VIVERE…
    Non so tu… Ma, io mi ritrovo in molti versi del “triste” poeta di Recanati.

    Un caro saluto

    Giovanna

  5. nunzy conti ha detto:

    …anche io cara Giovanna…
    e benvenuta fra i miei viandanti…
    poeta del cuore,e sinceramente, dopo aver letto qualcosa sul tuo blog..direi decisamente talentuosa
    …Mi è piaciuto molto “Souvenir da londra”..
    a presto
    ciaooooo

  6. Giovanna Amoroso ha detto:

    Cara Nunzy,
    felicissima di essere “approdata” al tuo blog, un’isola felice che ritempra la mia mente…

    Ho letto tanto, e devo dire che abbiamo diverse passioni in comune.

    Grazie per aver letto il mio racconto “Souvenir londinese”, è il primo brano che ho scritto in assoluto, nel lontano 2006, in piena depressione post-parto. Quel raccconto mi ha portato fortuna, e poco dopo sono riuscita a pubblicare il mio primo libro a cui , poi, sono seguiti altri due.

    Un bacione!

    Giovanna

  7. fabiana del bianco ha detto:

    ciao sono capitata per caso nel tuo sito e meraviglia delle meraviglia si parla del mio…Giacomino. mi presento io sono fabiana e sono un poeta, dai miei amici sono considerata la leopardi di la spezia. restiamo in contatto e sito meravigliosooo ciao fabiana

  8. nunzy conti ha detto:

    :::grazie Fabiana
    Ti aspetto..
    (anche su Facebook!!)

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